Rassegna Stampa · 21 Aprile 2026

Una nuova edizione del Mein Kampf

da "Il carnefice. Passato e presente era tutto scritto" di Frediano Sessi, dalla Lettura, Corriere della Sera, 19 aprile 2026

Esce in una nuova edizione critica per Garzanti il Mein Kampf, con traduzione di Roberto Venuti e a cura di Marcello Flores e Giovanni Gozzini. La scelta editoriale più evidente è quella di non riportare il nome di Adolf Hitler in copertina. Ne ha scritto Frediano Sessi, su la Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, della scorsa settimana.

Il punto di partenza è proprio questo: perché ripubblicare oggi il Mein Kampf? In realtà, nonostante il desiderio di relegarlo a un passato “barbaro” facendolo sparire dalle librerie, il libro ha continuato a circolare per decenni in tutto il mondo, e con internet la sua diffusione è ulteriormente cresciuta, spesso in versioni incomplete o distorte.

Secondo i curatori, il libro «appartiene ancora al nostro mondo», tanto più in una fase segnata da «democrazie illiberali, autocrazie e guerre». Da qui la scelta di riproporlo: per comprenderlo, senza ovviamente alcun tipo di legittimazione. «La conoscenza è sempre meglio dell’ignoranza o della censura», sostengono, indicando nella lettura uno strumento per riconoscere i meccanismi dell’odio (fino a disennescarli).

Il Mein Kampf nasce durante la detenzione di Hitler nel carcere di Landsberg dopo il fallito colpo di Stato del 1923. Una prigionia relativamente “morbida”, durante la quale il futuro Führer può ricevere centinaia di visite e dettare il libro con l’aiuto di collaboratori. Il primo volume esce nel 1925, con un’impronta autobiografica; il secondo, completato nel 1926, assume un carattere più teorico e programmatico.

Nel testo emergono già con chiarezza alcuni nuclei fondamentali del pensiero abietto di Hitler: la centralità della comunità formata dal popolo, l’antisemitismo radicale, l’idea dello “spazio vitale” verso est e una visione del mondo fondata sulla guerra e sulla selezione razziale. Il linguaggio è esplicito, violento e apertamente disumanizzante.

Oggi gli studiosi tendono però a evitare un rapporto meccanico tra il libro e lo sterminio: «Non ci fu una linea retta che congiunse il Mein Kampf con Auschwitz», spiega Sessi. Furono piuttosto le circostanze storiche, in particolare la guerra, a rendere possibile la realizzazione di quelle idee.

La nuova traduzione italiana fornisce un nuovo apparato critico per comprendere il libro nel suo contesto storico, anche evidenziandone le incoerenze e il carattere spesso confuso della scrittura hitleriana.

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