Rassegna Stampa · 1 Maggio 2026

Cinquant’anni dal terremoto

da "Il terremoto insegnò a vigilare" di Paolo Virtuani, dalla Lettura, Corriere della Sera, 26 aprile 2026

Lo scorso weekend, le prime pagine della Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera, erano dedicate al terremoto in Friuli, di cui ricorrono i cinquant’anni il prossimo 6 maggio.

Paolo Virtuani spiega in un articolo che le oltre 1.200 scosse registrate tra il 1976 e il 1977 non furono solo una tragedia, ma anche un punto di svolta per la scienza e le istituzioni italiane. Il terremoto del Friuli segnò infatti l’inizio di una nuova fase nella conoscenza e nella gestione del rischio sismico.

«Non fu un evento isolato, ma una vera sequenza sismica», spiega Salvatore Stramondo, direttore dell’Osservatorio nazionale terremoti dell’Ingv. La scossa principale del 6 maggio 1976, di magnitudo 6.5, fu seguita da centinaia di repliche e da un secondo evento rilevante il 15 settembre (magnitudo 6.1). Nel primo anno furono localizzati circa 1.200 terremoti, ma il numero reale fu probabilmente più alto, dato che all’epoca la rete di monitoraggio era ancora limitata.

Le conseguenze furono drammatiche: 989 morti, oltre 3 mila feriti, circa 17 mila case distrutte e 200 mila persone rimaste senza abitazione. Interi centri della provincia di Udine furono rasi al suolo, lungo la fascia più colpita della valle del Tagliamento. I danni economici furono enormi, così come quelli al patrimonio culturale e alla memoria collettiva.

Dal punto di vista geologico, il sisma si inserisce in un contesto complesso. «L’area del Friuli è caratterizzata da un regime compressivo», spiega Stramondo, dovuto alla convergenza tra la microplacca Adriatica e la placca Euroasiatica. L’accumulo di energia lungo faglie inverse porta, quando supera la resistenza delle rocce, alla rottura (e dunque al terremoto).

Ma è soprattutto sul piano scientifico e organizzativo che il 1976 rappresenta uno spartiacque. All’epoca non esisteva una vera rete sismica nazionale: un ruolo chiave fu svolto dall’Osservatorio geofisico di Trieste, mentre solo nei primi anni Ottanta, grazie all’azione di Giuseppe Zamberletti, nacque un sistema strutturato di monitoraggio e di gestione delle emergenze, destinato a diventare il nucleo della futura Protezione civile.

Da allora il salto tecnologico è stato enorme. Oggi la rete sismica nazionale conta oltre 500 stazioni in Italia (circa 850 con il Mediterraneo), con dati trasmessi in tempo reale e strumenti digitali ad alta precisione. Dalle tecnologie analogiche degli anni Settanta si è passati a sistemi digitali tridimensionali, integrati da reti GPS e monitoraggi satellitari.

Questi strumenti permettono di osservare fenomeni complessi, come i movimenti millimetrici della crosta terrestre o l’interazione tra le placche africana ed euroasiatica. Tra le innovazioni più recenti c’è anche il cosiddetto “gemello digitale della Terra”, una simulazione avanzata che integra dati geofisici e climatici per prevedere scenari futuri.

Un risultato concreto di questa evoluzione è la mappa di pericolosità sismica, adottata nel 2004 come riferimento per le norme edilizie. Si tratta di uno strumento probabilistico che consente di progettare edifici più sicuri, riducendo la vulnerabilità del territorio.

Il terremoto del Friuli, come scrive Virtuani, ha messo in luce i limiti del sistema dell’epoca ma ha anche avviato un percorso che oggi colloca l’Italia tra i Paesi più avanzati nel monitoraggio sismico. Resta però una sfida decisiva: trasformare la conoscenza in prevenzione. Perché i terremoti non si possono evitare, ma i loro effetti sì.

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