Rassegna Stampa · 20 Aprile 2026
Racconto da Chernobyl
da "Chernobyl brucia ancora" di Marta Serafini, dalla Lettura, Corriere della Sera, 11 aprile 2026
A Chernobyl è stato dedicato un reportage, scritto dall’inviata del Corriere della Sera, Marta Serafini, e pubblicato la settimana scorsa dalla Lettura.
Il viaggio comincia da Kiev e attraversa villaggi vuoti, checkpoint, controlli dell’Sbu, fino al cuore della centrale. Oggi il simbolo della catastrofe è il New Safe Confinement, il gigantesco Arco d’acciaio costruito nel 2016 per inglobare il vecchio sarcofago. Ma, come ha raccontato Plokhy nel nostro approfondimento, neppure questa struttura è più intatta.
Il colpo inferto da un drone Shahed nel febbraio 2025 ha danneggiato il rivestimento esterno e interno, compromettendo alcune delle funzioni per cui l’Arco era stato progettato: prima di tutto quella di impedire la dispersione di sostanze radioattive nell’ambiente. Il luogo che avrebbe dovuto essere definitivamente messo in sicurezza è così tornato a essere anche bersaglio di guerra. Il reportage insiste proprio sulla continuità fra il 1986 e l’oggi. Nel 1986 l’energia nucleare era parte della corsa produttiva dell’impero sovietico; oggi infrastrutture, centrali e risorse energetiche sono di nuovo strumenti di ricatto e obiettivi militari.
Attorno alla centrale continua intanto un lavoro quotidiano. La zona è una sorta di cantiere sempre attivo.Tecnici e operai si alternano fra Kiev, Slavutych e l’impianto, in turni lunghi e in condizioni complesse. Si lavora ancora sui sistemi di raffreddamento, sulle tubature e sul monitoraggio ambientale.
Intanto il paesaggio della Zona conserva una bellezza quasi irreale: neve, betulle, animali selvatici, il ritorno di specie rare come i cavalli di Przewalski. Ma niente è innocente. La natura è rifiorita nell’assenza dell’uomo, subendo però le conseguenze delle radiazioni.
Prypjat invece come il luogo in cui il tempo si è spezzato. Le scuole con le maschere antigas abbandonate, i libri di Lenin, i mosaici del centro culturale, le locandine del Primo maggio, il gocciolare del ghiaccio nei corridoi vuoti: tutto restituisce il contrasto fra una vita ordinaria promessa dal sistema sovietico e la verità del disastro nucleare. Non c’è più nessuno, ma la città continua a testimoniare la fiducia tradita di una comunità giovane, convinta di vivere al sicuro.
A Slavutych, la città costruita dopo il disastro per ospitare gli evacuati, Nikolai Vladimirovich Solovyov, ex lavoratore della centrale, ricorda la notte dell’esplosione, i colleghi che già allora si interrogavano su quanto sarebbe rimasto loro da vivere, la corsa impossibile per contenere il reattore distrutto.
Lyubov Alekseevna Shromovich conserva i registri originali del suo turno nella notte del 26 aprile. Rilegge gli appunti, ricostruisce i boati, il comportamento anomalo delle pompe, il crollo del livello dell’acqua, il tentativo di intervenire manualmente, il ritorno in centrale persino dopo il ricovero in ospedale. Ricorda la reticenza, le informazioni negate, la paura delle parole stesse. «Non ci dicevano niente. Dicevano che era tutto sotto controllo. Che era un incendio. E noi là, vicino al reattore».
«Slavutych non è grande, ma nel silenzio della sera sembra una città di strade infinite», scrive Serafini. «Le case basse, i quartieri con nomi sovietici: Tallinn, Tbilisi, Baku, Erevan. Una mappa scomparsa che sopravvive come una cicatrice. Gli abitanti accennano un saluto. Una città che resiste: luci alle finestre, negozi aperti, bambini che giocano. Ma sotto la normalità una linea invisibile di dolore».
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