Rassegna Stampa · 1 Novembre 2026
La fabbrica dell’impero fascista
da "Pubblicità e musica per l'impero delle banane" di Elena Pala, pubblicato dalla Domenica del Sole 24 Ore, il 25 ottobre 2026
Il mito dell’impero fascista entrava nelle case attraverso le canzoni, la pubblicità, i giochi per bambini e persino le banane. È questa dimensione quotidiana della propaganda coloniale al centro dell’articolo di Elena Pala, sempre sulla Domenica del Sole 24 Ore, che presenta il volume e la mostra La fabbrica dell’impero fascista in Africa. Storia, cultura materiale e propaganda di un’espansione coloniale (1935-1936), un progetto scientifico ed espositivo promosso da Roberto Chiarini e dalla stessa autrice.
A novant’anni dalla proclamazione dell’impero, il 9 maggio 1936, l’iniziativa ricostruisce i meccanismi attraverso cui il regime mobilitò la società italiana a sostegno dell’espansione africana. Il volume e il percorso allestito a Palazzo Martinengo, a Brescia, affiancano l’analisi storica alla presentazione di documenti e oggetti, mettendo in relazione le strategie geopolitiche, i crimini di guerra e l’impiego delle armi chimiche con la mobilitazione dei territori.
Il caso della Lombardia, e in particolare della provincia di Brescia, permette di osservare come il progetto coloniale coinvolse l’industria, il mondo del lavoro, la scuola e la vita domestica.
Proprio la cultura materiale rivela quanto profondamente la retorica dell’oltremare penetrasse nell’immaginario delle famiglie. Le canzoni diffuse sui dischi a 78 giri portavano nelle case una rappresentazione esotica dell’Africa; il monopolio statale della Regia Azienda Monopolio Banane legava i consumi alimentari ai possedimenti coloniali. La competizione automobilistica delle «1000 Miglia libiche», disputata sulla nuova Litoranea, celebrava invece la presunta modernità del regime nelle colonie.
Pubblicità, mappe promozionali, copertine di riviste e giochi da tavolo per l’infanzia contribuivano alla stessa costruzione del consenso. Persino gli animali esotici, catturati e portati in patria come trofei, diventavano simboli della conquista. Accostati, questi materiali mostrano come l’impresa coloniale fosse resa familiare e desiderabile, entrando nei consumi, negli svaghi e nell’educazione dei più piccoli.
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