Rassegna Stampa · 9 Aprile 2026

La dissoluzione dell’impero asburgico

da "Un mondo già di ieri" di Roberto Persico, dal Foglio Sera del 8 aprile 2026

Subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, la dissoluzione dell’Impero asburgico è stata a lungo considerata come un esito inevitabile. Una convinzione che oggi viene rimessa in discussione dallo storico Marco Bellabarba nel libro Un mondo già di ieri (il Mulino, 2026). Ne ha scritto Roberto Persico sul Foglio dell’8 aprile.

Secondo Bellabarba, docente a Trento e specialista di storia dell’Europa centrale, «fino a pochi mesi prima della fine del conflitto i diplomatici dell’Intesa dubitano che una pace fondata solo sul principio di nazionalità sia la soluzione migliore». A dimostrarlo sarebbe stata la storia successiva, segnata da tensioni etniche e rivalità tra i nuovi Stati sorti dalle ceneri della Duplice Monarchia. Non a caso, osserva l’autore, il Foreign Office passò in breve tempo dall’idea di conservare l’Impero al sostegno della nascita degli Stati nazionali.

Per affrontare questa complessa vicenda, Bellabarba ricostruisce le biografie di quattro protagonisti, figure note agli studiosi ma meno al grande pubblico. I primi due sono inglesi: Robert William Seton-Watson, giovane storico giunto a Vienna nel 1905, e Henry Wickham Steed, inviato del Times nella capitale asburgica. Tornati a Londra, i due contribuirono a orientare l’opinione pubblica e la politica britannica verso la dissoluzione della Monarchia danubiana, fondando una rivista e un centro studi di grande influenza.

Gli altri due protagonisti provengono invece dai territori dell’Impero. Ludwik Bernsztajn vel Niemirowski, cresciuto nella Galizia asburgica, ricordò sempre con favore la convivenza tra etnie diverse; trasferitosi a Londra, anglicizzò il proprio nome in Lewis B. Namier e collaborò con Seton-Watson e Steed. Josef Redlich, nato e cresciuto in Moravia ed eletto al Parlamento di Vienna, rimase fino all’ultimo fedele al progetto di una riforma federale dell’Impero, convinto che esso potesse garantire la pacifica convivenza tra popoli differenti.

Sullo sfondo delle loro vite emerge il ritratto di una realtà più complessa e sfaccettata di quella tramandata dalla storia dei vincitori. Come conclude Persico, il libro restituisce l’immagine di un mondo perduto che, lungi dall’essere destinato fatalmente alla scomparsa, fu il risultato di scelte politiche e culturali tutt’altro che scontate. La realtà è spesso più complessa degli schemi che siamo abituati a utilizzare per ricostruirla.

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