Rassegna Stampa · 20 Giugno 2026

Carlo Ginzburg (1939-2026)

Così i giornali hanno ricordato lo storico, in seguito alla sua scomparsa

Carlo Ginzburg è morto a Bologna, a 87 anni, il 17 giugno 2026. Era uno degli storici italiani più conosciuti al mondo: autore di libri diventati classici, da I benandanti a Il formaggio e i vermi, da Storia notturna a Miti emblemi spie, ha insegnato all’Università di Bologna, alla University of California di Los Angeles e alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Figlio di Leone Ginzburg, intellettuale antifascista ucciso nel 1944 dopo le torture subite dai nazisti a Regina Coeli, e di Natalia Ginzburg, una delle grandi scrittrici del Novecento italiano, Carlo Ginzburg ha attraversato la storiografia contemporanea con una voce inconfondibile.

Il suo nome è legato soprattutto alla microstoria, ma ridurre il suo lavoro alla sola attenzione per il “piccolo” sarebbe fuorviante. Ginzburg non cercava semplicemente storie minori: cercava nei dettagli, nelle tracce, nelle anomalie documentarie un modo per porre domande più grandi.

La microstoria è un metodo di ricerca storica nato in Italia negli anni Settanta. Consiste nel ridurre la scala dell’osservazione — un villaggio, un processo, una persona, un dettaglio apparentemente marginale — non per raccontare “piccole storie”, ma per far emergere, attraverso un caso concreto, problemi più ampi: rapporti di potere, mentalità, credenze, conflitti sociali, forme di cultura rimaste ai margini delle grandi narrazioni storiche.

Nei ricordi usciti sui principali quotidiani italiani, Carlo Ginzburg appare prima di tutto come lo storico che ha insegnato a guardare diversamente le fonti. La sua importanza non viene ricondotta soltanto alla scelta di oggetti di studio “insoliti” (streghe, benandanti, eretici, mugnai, figure marginali) ma alla capacità di mostrare che proprio da quei margini si potevano interrogare i grandi problemi della storia.

È il punto che Giorgio Caravalesul Foglio, sintetizza forse nel modo più efficace: Ginzburg ha insegnato che «le domande più grandi nascono spesso dall’incontro con una traccia minima, un dettaglio, un’anomalia». La stessa idea ritorna su Doppiozero, dove Alessandro Vanoli mette in guardia da una lettura troppo semplice della microstoria: non si tratta di occuparsi del “piccolo” in quanto tale, ma di usare un dettaglio marginale o anomalo per aprire una prospettiva più ampia sul passato. In questo senso, la microstoria non restringe lo sguardo: lo sposta.

Antonio Cariotisul Corriere della Sera, insiste su un altro aspetto decisivo: per Ginzburg bisognava «leggere i documenti contro le intenzioni di chi li ha prodotti». È ciò che accadeva con le fonti inquisitoriali: nate per classificare, reprimere e condannare, nelle sue mani diventavano strumenti per far emergere voci che altrimenti sarebbero rimaste mute. I benandanti friulani, il mugnaio Menocchio, gli accusati di stregoneria erano figure attraverso cui comprendere rapporti di potere, credenze, conflitti culturali, forme di pensiero cancellate o deformate dalle fonti ufficiali.

Molti articoli hanno insistito anche sul carattere “senza steccati” della sua ricerca. Paolo Di Stefano, sempre sul Corriere, lo definisce «maestro onnivoro», capace di attraversare storia dell’arte, antropologia, teologia, letteratura, psicoanalisi e filologia senza mai perdere il contatto con le prove. Carioti ricorda che Ginzburg amava raffigurare la storia non come una fortezza, ma come un aeroporto da cui decollare verso nuove avventure intellettuali. È una formula che restituisce bene il suo modo di procedere: addentrarsi in territori sconosciuti, lasciarsi sorprendere dal caso, contaminare discipline diverse, ma sempre con una scrupolosa attenzione ai documenti.

Proprio il rapporto fra racconto e fonti è uno dei temi più presenti negli articoli. Ginzburg sapeva scrivere, ma non ha mai confuso la storia con la pura narrazione. Caravale ricorda come già negli anni Settanta avesse contribuito a portare sulla pagina non solo il risultato della ricerca, ma la ricerca stessa: ipotesi, piste seguite, errori, ripensamenti, entusiasmi e delusioni diventavano parte del racconto.

Ma questo non significava dissolvere la storia nella letteratura. Al contrario, per Di Stefano la polemica di Ginzburg contro il relativismo postmoderno aveva anche un risvolto civile: se la distinzione fra vero e falso si indebolisce, se la prova viene espulsa dal discorso storico, diventa più fragile anche la possibilità di contrastare il negazionismo. Antonio Gnoli, su Repubblica, insiste sullo stesso punto: se le parole si separano dalle cose e se non esistono più prove, la verità finisce per prescindere dalla realtà.

Da qui deriva un altro aspetto: la dimensione civile del suo lavoro. Repubblica parla della microstoria come di una «virtù civile», mentre David Bidussa, su Doppiozero, colloca Ginzburg fra quegli storici capaci di dare alla disciplina una funzione pubblica, non limitata al mondo accademico. Il suo interesse per i marginali, gli accusati, gli sconfitti non era una semplice curiosità per l’eccentrico. Era un modo per restituire complessità agli individui concreti, sottraendoli tanto all’oblio quanto alle grandi astrazioni.

In questo quadro torna spesso anche la biografia familiare. Anna Foa, sulla Stampa, ricostruisce il mondo torinese, antifascista ed einaudiano in cui Ginzburg era cresciuto: il padre Leone, ucciso dai nazisti a Regina Coeli; la madre Natalia, autrice di Lessico famigliare; l’ambiente di una cultura insieme politica, letteraria e morale. Ma i ricordi più interessanti evitano di ridurre l’opera alla biografia.

Lo stesso Ginzburg, nell’intervista inedita pubblicata dalla Stampa da Francesco Rigatelli, riconosceva di aver capito solo più tardi che dietro la sua curiosità per i processi di stregoneria e per le voci degli accusati agiva anche la sua «infanzia di bambino ebreo».

Stefano De Matteissul Sole 24 Ore, mette l’accento sull’intreccio fra storia e antropologia, sull’importanza delle immagini, sull’influenza di Aby Warburg, sulla capacità di far dialogare cultura alta e cultura bassa. Anche Alessandro Zaccurisu Avvenire, insiste sul “lato notturno” della storia esplorato da Ginzburg: non come gusto per l’esoterico, ma come indagine sulle fratture culturali della modernità, sui mondi cancellati o deformati dalle fonti ufficiali.

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