Rassegna Stampa · 8 Aprile 2026
I generali italiani del Risorgimento
da "Al comando dell'Italia unita ma fragilissima" di Paolo Mieli, dal Corriere della Sera del 7 aprile 2026
Subito dopo l’unificazione, l’esercito italiano si trova ad affrontare il brigantaggio, in una lotta «senza esclusione di colpi», come sostiene lo storico Andrea Santangelo in un libro appena uscito: Storie di comando. I generali italiani del Risorgimento (Salerno, 2026). Ne ha scritto Paolo Mieli, sul Corriere della Sera del 7 aprile.
«Oltre 120 mila uomini dell’esercito vennero impiegati tra il 1861 e il 1865 per debellare i quasi 80 mila “briganti” del Sud Italia, un battesimo del fuoco davvero difficile», spiega Mieli. «Il nuovo esercito di leva, scrive Santangelo, fu chiamato a “pacificare mediante l’uso delle armi” ampie zone e singole località del Mezzogiorno in rivolta», mentre doveva essere controllato anche il confine con lo Stato pontificio.
Il quadro era reso ancora più complesso dalla renitenza alla leva: nel 1864 raggiunse il 25 per cento, ma con differenze enormi fra le diverse aree del paese. Nelle circoscrizioni piemontesi ed emiliane il fenomeno era quasi assente, mentre a Napoli il rifiuto del servizio militare toccava il 57 per cento. Nei dieci anni successivi all’unità, ricorda Mieli, 138 mila uomini si sottrassero alla coscrizione obbligatoria, e nel 1871 oltre la metà risultava ancora latitante.
In quel contesto, i generali del Risorgimento dovettero operare dentro un esercito ancora fragile e composito, nato dalla fusione di tradizioni militari diverse, con ufficiali formatisi sotto bandiere differenti e costretti ora a riconoscersi in una nuova identità nazionale.
In questa fase emersero figure come Manfredo Fanti ed Enrico Cialdini. Il secondo, in particolare, dopo essere stato celebrato per la resa delle guarnigioni borboniche di Gaeta e Messina, fu chiamato a guidare la guerra al brigantaggio e adottò metodi durissimi: arresti di massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e vaste operazioni di rastrellamento. Metodi che, scrive Santangelo, «funzionarono», ma al prezzo di molti innocenti coinvolti nella repressione.
Da qui si passa a uno dei nodi centrali del libro: il vero tallone d’Achille dell’esercito italiano fu spesso il rapporto tra gli alti comandi. Già nel 1866, alla vigilia della terza guerra di indipendenza, i vertici militari eccellevano soprattutto «nel non stimarsi reciprocamente e nel diffidare delle altrui capacità».
Un limite che, scrive Mieli, riaffiora poi nella Prima guerra mondiale con Luigi Cadorna, descritto come un comandante rigido, autoritario, poco incline all’innovazione tattica e soffocante verso i subordinati. Solo con Armando Diaz l’esercito riuscì ad adattarsi meglio alle esigenze del nuovo conflitto, ma senza cancellare del tutto l’impressione di un comando superiore spesso conservatore e poco lungimirante.
Mieli insiste sul fatto che questi problemi non furono una parentesi. Nel fascismo, molti ufficiali arrivarono ai vertici più per fedeltà politica o relazioni personali che per competenza. Una delle rare eccezioni fu Giovanni Messe, descritto come una sorta di “mosca bianca”.
Eppure, nota Mieli seguendo Santangelo, i limiti del comando italiano erano visibili già prima dell’unità: nelle lettere di ufficiali piemontesi del 1848-49 ricorrono giudizi feroci sui propri superiori, accusati di ignoranza, incapacità o perfino vigliaccheria.
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