Approfondimenti · 31 Luglio 2026

La Chiesa ortodossa all’ombra del potere russo

L’appoggio del patriarca Kirill alla guerra in Ucraina affonda le radici in una relazione secolare tra autorità politica e religiosa. Un rapporto segnato da persecuzioni, compromessi, ricerca di legittimazione e crescente subordinazione della Chiesa al potere

di Adriano Roccucci

Il sostegno fornito dalla Chiesa ortodossa russa, in particolare attraverso le parole del patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill (Gundjaev), alla guerra condotta dall’esercito russo in Ucraina e voluta da Vladimir Putin ha richiamato in questi ultimi anni l’attenzione sul rapporto tra potere politico e ortodossia in Russia. Si tratta di una questione complessa e di lunga durata, che rischia di non essere compresa in profondità qualora venga schiacciata sull’attualità e ridotta a formule di carattere mediatico, tese a individuare nel patriarca ora l’ideologo del Cremlino, ora una sorta di “cappellano di corte”, ora il principale alleato di Putin. Occorre assumere uno sguardo storico per delineare pienamente il profilo di questo rapporto complesso e comprendere anche il rilievo che esso ha assunto nella Russia contemporanea. 

La vicenda, come si è detto, è di lunga durata, tuttavia ci soffermeremo sul XX secolo, periodo durante il quale la Chiesa ortodossa ha avuto un percorso travagliato e, per molti versi, tragico riguardo al suo rapporto con il potere. Il punto focale da cui osservare le vicende novecentesche dell’ortodossia russa è un incontro avvenuto al Cremlino tra il 4 e il 5 settembre 1943. Stalin ricevette quella notte tre metropoliti, gli ecclesiastici che allora assicuravano il governo della Chiesa ortodossa.

Fu una riunione tanto sorprendente quanto paradossale. Il leader sovietico, nei decenni precedenti, aveva infatti scatenato una implacabile persecuzione nei confronti di ecclesiastici e fedeli ortodossi. Nel corso di una lunga e cordiale conversazione Stalin espresse invece la sua intenzione di andare incontro alle esigenze dell’ortodossia e diede il suo consenso all’elezione di un nuovo patriarca a capo della Chiesa, rimasta senza guida dal 1925 per il rifiuto del potere sovietico di concedere il permesso a tale rinnovo del vertice ecclesiastico. L’8 settembre 1943 il metropolita Sergij (Stragorodskij) fu dunque eletto patriarca di Mosca e di tutte le Russie, e intronizzato in una parrocchia della prima periferia della capitale sovietica assurta a cattedrale, simbolo della condizione di marginalità e subordinazione in cui la Chiesa era stata relegata nel periodo sovietico.

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Una relazione tra carismi del potere

È invece all’interno del Cremlino, nella cattedrale della Dormizione, che nel 1589 era stato intronizzato il primo patriarca di Mosca, Iov. Tale evento seguiva di qualche decennio l’incoronazione nel 1547 del primo zar, Ivan IV il Terribile, il cui successore, il figlio Fëdor, fu il principale artefice dell’istituzione del patriarcato in Russia. Nella capitale del nuovo e unico impero ortodosso, come a Bisanzio, era comparso dapprima un basileus, cioè uno car’ [zar], e solo dopo un patriarca. Il modello bizantino della cosiddetta “sinfonia dei poteri”, quello dell’imperatore e quello della Chiesa, ebbe una sua specifica interpretazione nel contesto russo. Lo zar e il patriarca acquisirono una particolare sacralità, un peculiare carisma. Se ne può parlare  come di una “sinfonia dei carismi del potere”, che ha lasciato un’impronta profonda sulla storia della Russia, mai venuta meno nel corso del tempo. 

Le relazioni tra Stato e Chiesa assunsero nell’Impero, a partire dalle riforme di Pietro il Grande, un prevalente profilo di carattere giuridico-burocratico, in un quadro di evidente sottomissione degli organi ecclesiastici a quelli statali. Lo zar, che aveva guardato al modello concistoriale delle Chiese riformate delle Province Unite, abolì il patriarcato e affidò il governo della Chiesa a un organo collegiale di ecclesiastici, il Santo Sinodo, controllato da un alto funzionario di Stato di nomina imperiale, l’ober-prokuror

Con la fine della monarchia nel 1917 non solo si scompaginò radicalmente il quadro giuridico-normativo ed ecclesiastico connesso all’impero ortodosso, ma venne anche scardinata l’intera “visione del mondo” radicata nell’ortodossia. La Chiesa si ritrovò orfana di quel sistema ideale entro il quale si era fino ad allora pensata, fondato sulla sacralizzazione del monarca ortodosso, unto dalla Chiesa con il crisma al momento dell’incoronazione. Con la scomparsa della Russia zarista si poneva termine al modello di Stato ortodosso di eredità costantiniana che s’ispirava alla dottrina bizantina della sinfonia tra Stato e Chiesa.

L’anno delle rivoluzioni provocò poi un ulteriore cambiamento nell’universo di riferimenti dell’ortodossia russa: il ristabilimento del patriarcato, stabilito dal concilio della Chiesa. Nell’assemblea conciliare era radicata la convinzione che, con la fine della monarchia e la divisione dell’esercito, il patriarcato rappresentasse l’unica istituzione in grado di esprimere l’unità del popolo russo. Il patriarca doveva essere, nelle intenzioni del concilio, la guida della Chiesa, ma anche il custode dell’identità russa. Nel novembre 1917, nella cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca, fu dunque eletto il patriarca di Mosca e di tutta la Russia Tichon (Bellavin). 

La persecuzione sovietica

La Chiesa dovette ben presto scontrarsi con la risoluta intenzione della dirigenza bolscevica di condurre una radicale politica antireligiosa. Il programma dei bolscevichi aveva infatti fra i suoi obiettivi la scomparsa della religione dalla vita della società comunista. La Chiesa ortodossa fu privata della personalità giuridica già nel gennaio del 1918, con l’approvazione di una legge sulla separazione della Chiesa dallo Stato.

Fu il segnale d’inizio di una lunga e sanguinosa politica persecutoria che raggiunse il suo apice negli anni Trenta, nel quadro generale della violenta repressione della società sovietica promossa da Stalin. Una stima attendibile valuta che siano stati uccisi complessivamente, per la loro fede religiosa, tra i 500.000 e il milione di cristiani ortodossi. 

Nel 1939, la situazione era ai limiti della sopravvivenza della Chiesa ortodossa come istituzione visibile. Le strutture ecclesiastiche erano state annientate. In tutta l’URSS, quell’anno risultavano officiate meno di mille chiese: il 97,6% di quelle aperte nel 1916 era stato chiuso. I vescovi della Chiesa patriarcale liberi di poter esercitare il loro ministero in Unione Sovietica erano solo quattro.

Una relazione paradossale

La svolta della politica religiosa staliniana del 1943 ricordata all’inizio, maturata nel cuore della seconda guerra mondiale, modificò la situazione: la Chiesa ortodossa poté godere, sotto il controllo degli organi statali, di alcune limitate possibilità di azione, ma le era richiesto di garantire una presenza attiva sugli scenari religiosi internazionali, in accordo con le direttive che riceveva dai funzionari dello Stato comunista. 

Si trattò di un ribaltamento dell’impostazione seguita fino ad allora dal potere bolscevico. Dopo avere perseguito la divisione della Chiesa e l’indebolimento delle sue strutture centrali di governo, la nuova linea di politica religiosa voluta da Stalin faceva perno sul rafforzamento dell’istituto patriarcale. Il successore di Sergij, Aleksij I (Simanskij), patriarca dal 1945 al 1970, puntò, dopo le laceranti divisioni degli anni Venti, al ricompattamento del corpo ecclesiale proprio in questa chiave: la coscienza istituzionale della Chiesa si ricentrava sulla figura e l’autorità del patriarca, che la compendiava e, al tempo stesso,  assumeva le contraddizioni di una situazione difficile, fungendo da garante e, in una qualche misura, da scudo della Chiesa nei confronti dello Stato. 

Negli anni di Nikita S. Chruščëv la linea di politica religiosa fu modificata nel senso di una recrudescenza del tradizionale orientamento del potere comunista. Pur senza replicare le sanguinose repressioni degli anni Venti e Trenta, fu intrapresa una nuova offensiva contro la Chiesa ortodossa attraverso una sistematica attività di propaganda antireligiosa e misure amministrative di carattere coercitivo, che ne ridussero gli spazi di azione nella società sovietica. 

Tramonto sovietico e rinascita ortodossa

Nel 1988, le celebrazioni del millennio del battesimo della Rus’, vale a dire della conversione del principato di Kiev al cristianesimo bizantino, costituirono un’affermazione solenne dell’indissolubilità del legame fra l’identità della Russia e la storia della sua Chiesa. Era un’iniziativa decisamente anomala nel contesto sovietico, soprattutto per l’ampia risonanza pubblica che le celebrazioni ebbero. Il 1988 segnò uno spartiacque: il discorso pubblico sulla religione cambiò di segno.

Ciò produsse un fenomeno per molti versi inatteso di risveglio religioso e di rinascita della Chiesa. Contestualmente, nel complesso e controverso processo di transizione dal sistema politico comunista al nuovo quadro postsovietico, si distinse il ruolo della Chiesa e dell’ortodossia quali fattori primari nello sviluppo identitario nazionale, ma anche nella sacralizzazione delle forme di esercizio del potere.

L’appuntamento con le celebrazioni del millennio del battesimo della Rus’ nel giugno 1988 costituì per Michail S. Gorbačëv l’occasione per mostrare, sia a livello interno che a livello internazionale, un mutamento nell’atteggiamento verso le religioni, a partire dalla principale confessione del paese. Il cambiamento d’indirizzo nella politica religiosa risultò ancora più evidente  con l’approvazione, il 1° ottobre 1990, di una nuova legge sovietica sulla libertà di coscienza, che restituì alle strutture ecclesiastiche la personalità giuridica e garantì alla Chiesa la possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale del paese. 

La stagione del partenariato: legittimazione del potere e identità russa 

Il nuovo protagonismo della Chiesa ortodossa nella vita pubblica della Russia postsovietica si è sviluppato nel segno di un recuperato ruolo di custode dell’identità russa e di garante della legittimità del potere. La distruzione, nel 1931, della cattedrale del Cristo Salvatore, costruita in memoria della vittoria contro Napoleone nella guerra patriottica, fu uno degli atti di maggiore valenza simbolica della lotta antireligiosa nel periodo staliniano. La ricostruzione negli anni Novanta dell’edificio sacro sulle rive della Moscova, a poca distanza dal Cremlino, ha rappresentato il recupero da parte della Chiesa del proprio posto nel panorama urbano di Mosca e, simbolicamente, di un ruolo di primo piano nella società russa.

Dopo la fine del regime comunista sia lo Stato che la Chiesa russa hanno dovuto affrontare la sfida di ripensare il proprio rapporto, in un contesto istituzionale e politico che non era quello di una monarchia ortodossa né di un regime antireligioso, ma che nemmeno rispondeva al profilo di uno Stato laico, nel senso occidentale di neutralità rispetto alle questioni religiose. Il regime di separazione fra Chiesa e Stato ha costituito il riferimento giuridico di tale rapporto.

Tuttavia, la cultura politica delle classi dirigenti e la cultura religiosa del mondo ecclesiastico erano permeate dall’aspirazione a modelli di stretta collaborazione, e non sempre intesa in senso paritario da parte del potere politico. La Chiesa, uscita dalla marginalità sovietica, ha inteso esercitare un ruolo pubblico nella società russa, anche mediante un rapporto privilegiato di partenariato con lo Stato. Nei principi della dottrina sociale approvati dal concilio locale della Chiesa russa nel 2000, si è precisato che tale rapporto privilegiato non equivale ad una sottomissione della Chiesa allo Stato. La distinzione delle reciproche sfere di competenza deve dunque essere alla base delle relazioni fra i due enti. 

L’approvazione di una nuova legge federale sulla libertà di coscienza e sulle associazioni religiose, sottoscritta dal presidente Boris N. El’cin il 26 settembre 1997 e motivo di accese polemiche in Russia e all’estero, ha rappresentato un passaggio significativo nel processo di acquisizione di un nuovo ruolo della Chiesa ortodossa in Russia. Il preambolo della legge riconosce infatti «il particolare ruolo dell’Ortodossia nella storia della Russia, nella formazione e nello sviluppo della sua spiritualità e cultura». Nella bozza di legge del 21 agosto, si affermava anche «il particolare contributo dell’ortodossia nella formazione degli ordinamenti statali».

D’altro canto, il potere politico, privato del sostegno dell’ideologia e in un quadro di fragilità delle forme democratiche di legittimazione, nel corso degli anni Novanta si è rivolto alla Chiesa ortodossa per trovarvi sostegno. La presenza del patriarca alle cerimonie di insediamento di El’cin, nel 1991 e nel 1996, per benedire il presidente eletto, così come quella alla sorprendente cerimonia del passaggio dei poteri fra El’cin e Vladimir V. Putin, in cui Aleksij II era l’unica personalità oltre ai due protagonisti, sono testimonianza della ricerca da parte del potere politico di un appoggio della Chiesa,  un riconoscimento dall’istituzione che si proponeva come custode della tradizione nazionale e della continuità storica della Russia. 

Un rapporto sempre più asimmetrico

All’inizio del XXI secolo, la Chiesa ortodossa si presenta alla società russa, dove si andava affermando un “consenso filo-ortodosso”, come il simbolo sacrale della “russità”, della “spiritualità russa” e dell’unità del paese. In tale contesto l’ortodossia viene ad occupare una posizione stabile nella “ideologia statale” e nella retorica dei politici. Non si riproponevano, tuttavia, né il modello prerivoluzionario della Russia zarista né quello sovietico, in una loro presunta fissità astorica. Al contrario, assistiamo ad un travagliato processo di definizione di una nuova modalità di relazione tra potere politico e Chiesa ortodossa, che si sarebbe sviluppato soprattutto a partire dal 2012, nella prospettiva di un rapporto sempre più asimmetrico e sempre meno paritario.

Si è trattato di un processo aperto a ulteriori mutamenti, che sono andati verificandosi nel corso dei primi tre decenni del XXI secolo in seguito alle trasformazioni del sistema di potere e alla comparsa di nuovi protagonisti, Putin e Kirill, e che continuano tuttora a riscontrarsi nel particolare, drammatico e stringente contesto della guerra in corso.

A convergere in questa direzione sono fattori diversi, in una articolata interazione tra eredità del passato, sia imperiale che sovietico, e nuove dinamiche della realtà per tanti versi inedita della Federazione Russa: dal mutevole rapporto tra carismi del potere alla promozione di un paradigma ortodosso di identità russa, dal modello “sinfonico” di relazione privilegiata tra Stato e Chiesa alle pratiche di asservimento degli organi statali, dal bisogno di legittimazione del potere politico alla ricerca di un ruolo pubblico da parte della Chiesa, dalle tecniche di controllo da parte dello Stato all’allineamento del patriarcato per evitare la marginalizzazione della Chiesa, dall’uso della tradizione ortodossa come serbatoio di pratiche discorsive per la retorica del potere al ricorso alla lealtà e all’accondiscendenza verso lo Stato come necessario esercizio della funzione del patriarca.

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Adriano Roccucci

Nato a Roma nel 1962, è professore ordinario di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università degli Studi Roma Tre.

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