Approfondimenti · 31 Luglio 2026

Gorbačëv, una memoria divisa tra Occidente e Russia

Simbolo della fine pacifica della Guerra fredda e icona globale per milioni di occidentali, l’ultimo leader sovietico è ricordato in Russia come l’uomo del collasso e dell’umiliazione nazionale. Le origini e le trasformazioni di due memorie opposte

di Ferdinando Maieron

Nel 2007, nell’ambito di una serie sul tema del viaggio, Louis Vuitton lanciava una campagna pubblicitaria incentrata su Michail Gorbačëv.

Il poster ritraeva l’ultimo leader sovietico in abiti eleganti, apparentemente assorto, mentre la limousine in cui viaggia fiancheggia una sezione dei resti del Muro di Berlino. Accanto a lui si staglia una borsa del noto marchio francese contenente documenti per un intervento pubblico, probabilmente una conferenza, e dalla quale si intravede distintamente la prima pagina di un giornale.

La scelta di associare la figura di un leader comunista sovietico al mondo del lusso potrebbe apparire paradossale, ma si tratta solo di una delle tante reinterpretazioni di quella che resta, anche dopo la sua scomparsa nel 2022, una delle figure più divisive del tardo XX secolo.

Del resto, la campagna pubblicitaria presenta diversi livelli di lettura. A prima vista ciò che colpisce maggiormente è l’estetizzazione banalizzante della figura di Gorbačëv, racchiusa nello slogan “a journey brings us face to face with ourselves” (un viaggio ci porta faccia a faccia con noi stessi).

Tuttavia, chi legge il russo si accorge che la prima pagina del giornale che esce dalla borsa è dedicata all’affare Litvinenko, l’ex agente del FSB (Servizio federale per la sicurezza) della Federazione russa avvelenato a Londra nel novembre del 2006.

Inoltre, il discorso di Vladimir Putin alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco del 2007, in cui il Presidente russo criticava apertamente l’unilateralismo statunitense e l’espansione della NATO verso est, contribuiva a diffondere una nuova percezione della Russia come minaccia alla stabilità internazionale.

In questo contesto, la scelta di un testimonial proveniente da quello stesso spazio geografico, ma più rassicurante agli occhi del pubblico occidentale, potrebbe essere letta in termini di contrasto.

Mikhail Gorbačëv si rivolge all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 7 dicembre 1988.
Foto: RIA Novosti archive, image #828797 / Yuryi Abramochkin / CC-BY-SA 3.0

Una memoria ancora divisa

Come mostra questo esempio, la memoria dell’ultimo leader sovietico rimane estremamente complessa e non ancora stabilizzata, troppo legata a semplificazioni e strumentalizzazioni che risentono delle evoluzioni politiche ed economiche degli ultimi quarant’anni, con una netta divisione che, sempre di più, distingue il mondo occidentale dallo spazio post-sovietico e, in particolare, dalla Russia.

Del resto, anche gli storici restano estremamente divisi nelle loro analisi dell’operato di Gorbačëv e dei processi che hanno portato alla fine della Guerra fredda e al collasso sovietico.

Per esempio, un interprete autorevole quale Vladislav Zubok, nel suo Collapse, critica fortemente la tendenza degli studiosi simpatetici nei confronti dell’ultimo leader sovietico a concentrarsi sugli aspetti internazionali delle sue politiche, mettendo in secondo piano i fallimenti domestici, di solito ascritti a fattori storici e di altro tipo irrisolvibili, nonché alla resistenza e al tradimento da parte dei suoi nemici.

Frammento del Muro di Berlino esposto a Schengen con un murale raffigurante Mikhail Gorbačëv, 2024.
Foto: Zeitblick / Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

L’ascesa di un leader nuovo

Le radici di una così profonda differenziazione nelle interpretazioni e percezioni si devono collocare già negli anni in cui Gorbačëv si trovò al potere (1985-1991).

Del resto, tanto agli occhi dei sovietici quanto a quelli degli occidentali, l’ascesa alla guida dell’Urss di un leader relativamente giovane (nel 1985 aveva cinquantaquattro anni) rappresentava una novità significativa dopo gli anni della “stagnazione” brezneviana e le brevi parentesi al potere di Andropov (1982-1984) e Černenko (1984-1985).

Il nuovo leader, pur dichiarando di agire nel solco della continuità, mostrava fin da subito segnali di grande dinamismo, lanciando una campagna di “accelerazione” (uskorenie) in campo economico e avviando una profonda ristrutturazione dei quadri dirigenti.

Fin dai primi incontri, Gorbačëv aveva, inoltre, profondamente colpito i leader occidentali per stile, apertura mentale, umorismo e propensione a discutere senza seguire appunti. Incarnava, in sostanza, un tipo di leadership nuova e quasi agli antipodi rispetto ai tradizionali canoni della diplomazia sovietica.

Al punto che Margaret Thatcher, dopo averlo incontrato alla fine del 1984, in una celebre intervista alla BBC affermava: «I like Mr. Gorbačëv. We can do business together» («Mi piace Mr. Gorbačëv. Possiamo fare affari insieme»).

Il disarmo e la conquista dell’opinione pubblica

Se in una prima fase, tuttavia, i leader europei rimasero prevalentemente scettici rispetto alla natura, sostanzialmente tattica, delle aperture di Mosca nel campo del disarmo, il nuovo inquilino del Cremlino riuscì a fare breccia in ampi settori delle opinioni pubbliche occidentali.

Mosso dalla necessità di reindirizzare risorse impegnate per la difesa verso le riforme interne, Gorbačëv lanciava infatti una serie di iniziative dal grande impatto simbolico, quali, per esempio, la moratoria sui test nucleari in concomitanza del 40° anniversario del bombardamento di Hiroshima, oppure il piano, presentato in una conferenza stampa nel gennaio del 1986, per l’eliminazione delle armi nucleari entro il 2000.

Queste proposte si accompagnavano a una strategia comunicativa nuova che, attraverso interviste a giornali e riviste occidentali, mirava a legittimare la linea riformatrice, pragmatica e aperta al dialogo della nuova leadership sovietica.

Iconica in questo senso fu per esempio quella concessa a Time nell’agosto del 1985.

Il libro Perestroika: il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo esposto in una libreria, Paesi Bassi, 1987.
Foto: Rob Bogaerts / Anefo / Nationaal Archief / Wikimedia Commons / CC0

La Perestroika e la “Gorbymania”

Gli anni seguenti, caratterizzati da Perestroika e Glasnost’, segnano una profonda evoluzione ideologica e culturale del leader sovietico, così come del suo atteggiamento nei confronti dell’Occidente.

Un’innovativa concezione di un mondo interconnesso in cui gli interessi umani universali prevalevano su quelli di classe era alla base di una nuova aspirazione universalista che apriva a forme di dialogo, sempre nel rispetto delle diversità identitarie e ideologiche, con le forze socialdemocratiche europee.

I risultati concreti dei negoziati sul disarmo, a partire dalla firma dello storico trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) nel 1987, così come il clima di dialogo prodotto dalle evoluzioni sovietiche, e cristallizzato in momenti come il discorso di Gorbačëv davanti all’ONU nel dicembre del 1988 e in formule come “Casa Comune Europea”, trasformarono poi definitivamente il leader sovietico in un’icona globale.

L’incredibile successo editoriale del suo libro manifesto, Perestroika: il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo (1987), era indicativo in questo senso.

In un contesto di generale euforia, la sua figura finiva per caricarsi di significati ben oltre i risultati nel campo del processo di disarmo. In Occidente, egli finiva per incarnare agli occhi di milioni di persone la speranza di un cambiamento che sembrava scuotere le basi stesse del sistema della Guerra fredda.

Questo fenomeno, noto come “Gorbymania”, investiva la cultura pop e si manifestava nell’arte, nella musica, nelle vignette, ma anche nei bagni di folla e nelle immense dimostrazioni di sostegno e affetto che accompagnavano le sue visite di Stato nelle capitali europee.

La scelta, nel 1989, di non contrastare la fine delle esperienze comuniste e le transizioni democratiche nei paesi dell’Europa orientale, così come il processo di riunificazione tedesca avviato a partire dalla caduta del Muro di Berlino, contribuì ulteriormente all’idealizzazione dell’immagine di Gorbačëv che nel 1990 ricevette il Nobel per la pace.

Berlino, 3 ottobre 1990. Scritta sul Muro: “Grazie, Gorbi”.
Foto: Boris Babanov / RIA Novosti / Wikimedia Commons / CC BY-SA 3.0

Le contraddizioni delle riforme

Questa lettura occidentale, romantica e quasi teleologica, della fine della Guerra fredda ridimensionava fortemente le contraddizioni interne alle riforme in corso in Urss.

In questa prospettiva, stando alla ricostruzione di Zubok, il sistema economico sovietico non sarebbe collassato tanto per problemi strutturali quanto piuttosto proprio per gli effetti delle riforme promosse da una leadership rivelatasi totalmente inadeguata rispetto ai temi economici.

Un altro storico, Stephen Kotkin, mette invece in luce come Gorbačëv, riducendo tutto allo scontro tra riformatori e conservatori interni al Partito Comunista, non sarebbe riuscito a comprendere che, indebolendo il Partito e rafforzando lo Stato, stava di fatto sostituendo una struttura unitaria con una federale.

Nella sua semplicistica linearità, si delineava pertanto una narrazione che eliminava i tentennamenti e gli aspetti più controversi di un leader che, sempre più pressato dai fattori interni, provava inutilmente a opporsi all’ingresso della Germania riunita nelle strutture della NATO, così come alla disgregazione dello Stato sovietico, come mostrato dagli ambigui silenzi e dall’intervento tardivo per fermare le violenze perpetrate dall’Armata Rossa in Lituania nel gennaio 1991.

L’“eroe tragico” dell’Occidente

Su queste basi avrebbe continuato a svilupparsi in Occidente, anche negli anni successivi al collasso sovietico, una lettura decisamente positiva della figura di Gorbačëv.

Nel contesto sociopolitico e culturale degli anni Novanta, caratterizzato dall’euforia per la “fine della Storia” e dalla crisi della socialdemocrazia europea, la memoria delle politiche gorbacioviane, legata indissolubilmente alla fine pacifica della Guerra fredda e ai risultati ottenuti nel campo del disarmo, finì per rimuovere l’elemento ideologico, spostando l’attenzione sugli aspetti personali e morali della sua figura.

Questa tendenza permea, per esempio, un documentario importante come Meeting Gorbachev di Werner Herzog (2018).

È poi estremamente interessante osservare come lo stesso Gorbačëv, attraverso la sua Fondazione e iniziative come la creazione della Green Cross nel 1993, abbia favorito una profonda risemantizzazione della propria immagine come statista globale e simbolo di cooperazione, integrandosi progressivamente nelle reti internazionali di fondazioni, think tank e istituzioni accademiche del mondo occidentale.

È questo il contesto in cui si inserisce la campagna pubblicitaria di Louis Vuitton.

I numerosi interventi pubblici in seguito alla sua scomparsa nell’agosto del 2022 fissano infine l’immagine, elaborata anche dall’importante biografia di William Taubman, di un “eroe tragico”, un leader idealista che, nonostante i suoi difetti e il suo fallimento nel raggiungere tutti i suoi “nobili” obiettivi, merita la “nostra comprensione e ammirazione”.

Mikhail Gorbačëv al Forum urbano mondiale di Barcellona, 2004.
Foto: Antônio Milena / Agência Brasil / Wikimedia Commons / CC BY 3.0 BR

La memoria di Gorbačëv in Russia

Il discorso risulta tuttavia estremamente diverso se consideriamo l’evoluzione della memoria delle politiche gorbacioviane in Russia.

Nelle conclusioni del suo ultimo libro, lo storico Sergey Radchenko ha osservato come la concezione di grandezza davanti alla storia e di leadership globale di Gorbačëv abbia condotto il paese, dopo il collasso, alla perdita di un senso di direzione e di un’idea fondante.

La massima espressione di questo fenomeno sarebbe stata incarnata dallo stesso Gorbačëv, protagonista del celebre spot di Pizza Hut del 1997.

Un sondaggio svolto tra il 2001 e il 2017 dall’indipendente Levada Center sulla percezione dei diversi leader sovietici e postsovietici del paese mostra, del resto, come Gorbačëv, paradossalmente insieme a El’cin, sia quello che continua a suscitare maggiore avversione, rabbia e disprezzo.

In generale, nel periodo immediatamente successivo al 1991, agli occhi di ampi settori della popolazione, egli ha finito per incarnare il fallimento del sistema sovietico nel suo complesso.

Le riforme gorbacioviane, in questa prospettiva, non solo avevano portato al collasso economico del Paese, ma ne avevano indebolito le basi ideologiche e istituzionali e, aprendo spazi di mobilitazione, avevano favorito l’esplosione di nazionalismi latenti.

Contrapposto alla figura “moderna” di Boris El’cin, associata alla transizione economica e sociale in corso, Gorbačëv appariva dunque come un uomo di un’altra epoca, superato. Tuttavia, le criticità della transizione in corso venivano generalmente ricondotte alle sue politiche.

Un altro sondaggio del Levada Center mostra, per esempio, come, tra il 1997 e il 2014, con un’unica inversione di tendenza nel 2000, gli intervistati considerassero “il generale degrado del Paese, avviato da Gorbačëv” la principale ragione dietro i cruenti scontri tra i sostenitori di El’cin e il Soviet Supremo nel 1993, evento alla base della svolta presidenzialista del Paese.

Allo stesso modo, successivamente, nel contesto della crescente disillusione verso i risultati economici e sociali delle politiche di liberalizzazione, l’operato di Gorbačëv continuava a essere percepito come all’origine di quel corso.

Da qui lo 0,5 % di preferenze ottenuto come candidato alle presidenziali del 1996, in cui la vera sfida a El’cin venne rappresentata dal Partito Comunista di Gennadij Zjuganov, che sanciva definitivamente la marginalità politica raggiunta, così come il fallimento del progetto di creare una credibile opposizione socialdemocratica.

Vladimir Putin con l’ex presidente dell’URSS Mikhail Gorbačëv, Cremlino, Mosca, 10 agosto 2000.
Foto: Kremlin.ru / CC BY 4.0

Dalla dissoluzione dell’Urss all’umiliazione nazionale

Infine, con l’ascesa al potere di Vladimir Putin, la memoria di Gorbačëv subì un’ulteriore trasformazione, inserendosi in un nuovo quadro discorsivo centrato sul recupero dello status di grande potenza della Russia.

In questo contesto, la figura dell’ultimo leader sovietico venne progressivamente reinterpretata non più soltanto come quella di un riformatore fallito, ma piuttosto come quella di chi aveva permesso la dissoluzione dell’impero sovietico.

La fine dell’Urss fu così riletta in termini di perdita geopolitica e di umiliazione nazionale, secondo una chiave interpretativa efficacemente sintetizzata nella celebre definizione putiniana della dissoluzione dell’Unione Sovietica come “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”.

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Ferdinando Maieron

Nato a Varese nel 1999, ha studiato Storia contemporanea presso l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore dal 2017 al 2022. Dal 2022 è dottorando alla Scuola Normale Superiore, dove sta conducendo una ricerca sui rapporti tra Michail Gorbačëv e i partiti socialisti e socialdemocratici europei, con particolare attenzione alle questioni ideologiche, al processo di disarmo e alle progettualità paneuropee. Ha pubblicato: «Dal disarmo ai progetti paneuropei: Gorbačëv nella prospettiva dei socialisti europei (1985-1992)», Mondo Contemporaneo, 3/2024, pp. 81-112.

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