Approfondimenti · 31 Luglio 2026

Il crollo dell’Urss e la transizione mancata

La fine dell’Unione Sovietica non produsse una vera rottura con il passato. Negli anni della perestrojka e della Russia di El’cin, la fiducia in un cambiamento quasi naturale lasciò intatti apparati, culture politiche e miti dello Stato forte: il vuoto nel quale si sarebbe consolidato il sistema di Putin

di Sergej Bondarenko

Ho un’amica, anarchica e filosofa: Nataša Tyškevič. A metà degli anni ’10 del nostro secolo, insieme ad amici e compagni di corso della Scuola Superiore di Economia – l’università più liberale ed europea di Mosca – ha fondato la rivista studentesca Doxa. Nel 2021, contro i collaboratori di Doxa è stato aperto un procedimento penale per incitamento illegale a partecipare alle manifestazioni anti-Putin. Nataša e i suoi amici hanno trascorso un anno agli arresti domiciliari e, nel 2022, proprio all’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, sono fuggiti dal paese verso l’Europa.

Tyškevič appartiene alla generazione nata negli anni ’90 e conosce la storia di quel periodo solo dai racconti dei più anziani. Così, quando le ho chiesto cosa pensasse del “consenso a Putin” e del mondo in cui è cresciuta negli anni Duemila – ereditato dalla Russia più liberale della sua infanzia – non ha avuto bisogno di parlare di politica o sociologia. Ha ricordato quanto vuoto dissimulato ci fosse intorno, quante facciate restaurate celassero case rimaste vuote. Insegne con nomi altisonanti dietro le quali, all’interno, non c’era nulla. Come i grandi progetti megalomani di ristrutturazione della vita risultassero bolle di sapone.

Io sono un po’ più grande, ma è una sensazione che conosco bene: lo splendore esteriore, la promessa di significato, e l’inevitabile delusione per la discrepanza con ciò che si trova all’interno. Anche io ho studiato in una grande università, alla facoltà di Storia dell’Università Statale di Mosca (MGU). All’epoca era ancora l’ateneo più prestigioso del paese, ma ogni anno che passava il programma di storia russa sembrava più bizzarro. Era una combinazione di materiali tratti dai manuali sovietici (nonostante fossero passati più di 15 anni dal crollo dell’URSS) con testi “nuovi”, dove gli stessi fatti venivano rimescolati in un ordine diverso e la struttura espositiva restava però la stessa. Al posto dell’ideologia comunista subentravano riflessioni sulla grandezza dello Stato come struttura, sul pericolo dei “nemici” esterni e interni, e tematiche di rinascita nazionale.

Un manuale di questo tipo su cui ho studiato – quello dei professori Vdovin e Barsenkov – fu ad un certo punto sottoposto ad una verifica di carattere professionale. Vi furono trovati circa mille errori. Nei capitoli sul terrore di epoca sovietica, l’attenzione era focalizzata sulla percentuale di ebrei nel Partito Comunista e nella polizia segreta, con un sottotitolo che recitava: “Un colpo al potenziale della quinta colonna”. Per un certo periodo il manuale venne rimosso dal programma di insegnamento della MGU, ma qualche anno dopo fu reintrodotto.

Gli anni ’90 in Russia, i due mandati del presidente El’cin (la guerra cecena, il bombardamento del Parlamento nell’ottobre 1993, il default economico del 1998), vengono spesso descritti come un esperimento fallito, lo screditamento della “via occidentale” di sviluppo economico e culturale. E l’ascesa al potere di Putin (non tanto come uomo, quanto piuttosto come sistema di vedute e valori gradualmente cristallizzatosi) è vista come la formalizzazione della sconfitta definitiva di quel decennio. Siamo adesso nel 2026, e Putin, sotto varie forme, è al potere da oltre 25 anni – un periodo due volte e mezzo più lungo della presunta fase di speranze e riforme. Eppure, torniamo continuamente a quell’epoca, cercando di capire “cosa sia andato storto”.

Il palazzo della Lubjanka a Mosca, già sede del KGB. Foto A. Savin, Wikipedia / Free Art License.

Il «conservatorismo utopico» della perestrojka

Lo storico Timur Atnašev, nel suo nuovo libro in uscita nell’estate del 2026, scrive di questa scelta da un altro punto di vista: la sua ricerca si concentra su quello che definisce il “conservatorismo utopico” della fine degli anni ’80. In quel periodo, sia i liberali che i conservatori – scrive – erano uniti dall’idea comune che le “redini della storia” dovessero essere lasciate andare. Non si può influenzare il processo storico “consapevolmente”. Qualsiasi tentativo di spezzarlo, di stravolgerlo radicalmente, porterebbe “inevitabilmente” a conseguenze devastanti.

Com’era avvenuto, per molti, con la rivoluzione d’ottobre del 1917, oppure con il terrore staliniano dalla fine degli anni ’20 fino all’entrata dell’URSS nella seconda guerra mondiale nel 1941, o ancora con gli eventi della perestrojka di Gorbačëv, che alla fine degli anni ’80 appariva già chiaramente destinata al fallimento. Entrambe le parti, sia i liberali che i conservatori, scrissero e parlarono molto del “percorso storico-naturale” che, presumibilmente, avrebbe dovuto condurre la società e lo Stato fuori dalla crisi. Atnašev cita un funzionario locale di partito il quale disse ch’era ormai “troppo tardi per discutere” di quanto stava accadendo nella società. Tutto era irreversibile: cercare di fermare o cambiare la direzione del movimento sarebbe stato controproducente.

“Due componenti storiosofiche di questa importante svolta nel pensiero, convenzionalmente definita ‘storico-naturale’, possono essere ribadite: un atteggiamento scettico verso la volontà umana indirizzata in modo finalistico e la natura benefica del corso della storia. La prima componente rifletteva una profonda disillusione nei confronti dei tentativi di ‘fare la storia’, dell’immoralità, delle pretese di conoscenza storiosofica e dei risultati pratici del marxismo-leninismo; la seconda, più nascosta, era associata […] all’idea di progresso nella sua forma liberal-democratica e, forse, portava avanti la tradizione storiosofica russa. Questa seconda componente, la fede nella natura benefica della storia è particolarmente evidente nella ricerca dell’errore originario che segna la deviazione da un percorso storico-naturale smarrito” (Timur Atnašev).

Barricate davanti alla Casa Bianca di Mosca durante il tentato golpe dell’agosto 1991. Foto Tove Knutsen / Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0.

Memorial e i limiti della rottura con il passato

La fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90 sono stati il periodo di massima influenza del movimento e, poi, dell’associazione storico-umanitaria Memorial. I suoi attivisti parteciparono alle primissime discussioni sul progetto di un monumento alle vittime delle repressioni politiche (da qui il nome), ma formularono ben presto un programma molto più ambizioso: la creazione di un centro per lo studio delle repressioni di Stato e la difesa dei diritti umani che prevenisse in futuro la possibilità del terrore di Stato su ampia scala. Memorial partecipò alla stesura di una legge sulla riabilitazione delle vittime delle repressioni sovietiche; i suoi rappresentanti lavorarono nella commissione per la desecretazione degli archivi e come esperti nel processo contro il Partito Comunista nel 1992-1993. Subito dopo l’inizio della guerra in Cecenia, si recarono nell’epicentro del conflitto con missioni di monitoraggio e costruzione della pace.

Eppure, anche queste persone, che furono tra i principali sostenitori del cambiamento sociale e politico, si opposero, in linea di massima, alla lustrazione nel KGB all’inizio degli anni ’90. Anche loro ritenevano che una possibile riforma radicale della sicurezza dello Stato, il divieto ad impegnarsi in politica e ad occuparsene in modo professionale, la divulgazione dei nomi degli informatori (l’aspetto più problematico, ma anche il meno realistico, quasi irrealizzabile), fossero il potenziale per una nuova epurazione sociale, una campagna pubblica di violenza, anche se solo simbolica.

I rappresentanti di Memorial sedevano nella commissione per la desecretazione degli archivi dei servizi segreti, ma gli archivi non furono mai desecretati. All’inizio degli anni ’90 si tenne il processo contro il PCUS, ma per il Partito Comunista non ci furono conseguenze serie, se non la sottrazione di beni statali che, ormai, aveva già perso. Già alla fine del 1993, dopo la grande crisi politica e lo scontro tra il Presidente e il vecchio parlamento ancora sovietico, la Russia adottò una nuova Costituzione che aumentava radicalmente i poteri del Presidente e gli permetteva – così sembrava allora – di portare a termine le riforme liberali. Dalla metà degli anni ’90, gli organi di sicurezza dello Stato hanno conosciuto una rinascita. Hanno preso il nome di FSB (Servizio Federale di Sicurezza) e sono tornati ad essere uno dei pilastri del regime politico vigente.

“Il ritorno dei nomi”, iniziativa promossa da Memorial per ricordare pubblicamente le vittime delle repressioni sovietiche. Foto di David Krikheli, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

La mancata transizione

L’idea stessa di una “transizione” che sarebbe avvenuta dalla tarda perestrojka al potere assoluto di Putin dev’essere quantomeno problematizzata seriamente. La convinzione che, ancora una volta, non ci fosse bisogno di “rompere” e ricostruire qualcosa, secondo una diversa modalità, ha creato il vuoto necessario affinché il potere fosse preso e, nell’iterazione successiva, mantenuto da persone provenienti dalle vecchie corporazioni di potere sovietiche. Nei decenni del governo di Putin, molto è stato scritto sul fatto che lui stesso e la sua cerchia siano persone formate negli anni ’70, la “generazione di Brežnev”.

Nello studio di Timur Atnašev, filtrato attraverso la coscienza e l’interpretazione di Nataša Tyškevič, il punto comune rimane il vuoto – conseguenza diretta del conservatorismo utopico, della scelta di valori propri della tarda perestrojka. Quasi nessuno dei protagonisti di quel periodo, degli intellettuali pubblici, è entrato a far parte del nuovo assetto politico della Russia degli anni ’90 e Duemila. I rappresentanti di Memorial sono diventati deputati della Duma di Stato in rari casi e per partiti liberali sempre meno popolari. L’incarico più importante tra le persone di quella cerchia è stato ricoperto dall’attivista per i diritti umani Sergej Kovalëv, Commissario per i diritti umani sotto il presidente El’cin, che si dimise alla fine della prima guerra cecena.

Ciò che vedevamo e percepivamo come vuoto è rimasto tale, ma è risultato colmato da un vecchio significato, da un vecchio vuoto: il culto dello Stato forte, il corporativismo fascista, la guerra e la morte. E non sorprende che, in questo vecchio mondo, siano perseguitati come forme di estremismo il “movimento Memorial” (memoria e diritti umani), la Fondazione per la lotta alla corruzione (opposizione politica) e la comunità LGBTQ+ (libero amore). La transizione verso un altro mondo, verso nuovi significati, se mai avverrà, dovrà innanzitutto colmare questo vecchio vuoto.

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Sergej Bondarenko

È uno storico, giornalista e membro del consiglio direttivo dell’associazione Memorial (Nobel per la Pace 2022). È curatore, con Giulia De Florio, del volume Proteggi le mie parole (Roma, E/O, 2022). È autore di Perduti nella memoria. La società Memorial e la lotta per il passato in Russia, pubblicato in russo nel 2025, e di cui è in preparazione la traduzione italiana.

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