Approfondimenti · 31 Luglio 2026

Cosa resta di Lenin, l’uomo che trasformò la rivoluzione in potere

Nel suo ultimo libro Guido Carpi ricostruisce la formazione politica di Lenin, la nascita del bolscevismo e il difficile passaggio dalla rivoluzione allo Stato sovietico. Una conversazione sul Novecento russo, tra clandestinità, utopia e organizzazione del potere

Antonio Carioti intervista Guido Carpi

Vladimir Ilič Uljanov, noto universalmente come Lenin, è una delle figure decisive del Novecento. Senza di lui non si capisce la Rivoluzione russa, ma nemmeno la nascita dello Stato sovietico e di una nuova idea di partito politico: disciplinato, selettivo, capace di trasformare un gruppo di militanti in una macchina rivoluzionaria.

Fu un marxista originale, un erede della tradizione rivoluzionaria russa, un grande organizzatore. Ma fu anche un uomo riservatissimo, quasi impenetrabile, convinto che la politica richiedesse durezza e che gli affetti dovessero restare fuori dalla scena pubblica.

In questa intervista Antonio Carioti dialoga con Guido Carpi, autore di una nuova biografia di Lenin pubblicata da Salerno, per ripercorrere la sua formazione, la nascita del bolscevismo, il rapporto con Iosif Stalin e Lev Trotsky e il momento in cui la rivoluzione, una volta conquistato il potere, dovette trasformarsi in Stato.

Professore, partiamo dall’aspetto personale. Nel 1887 il fratello di Lenin fu impiccato con l’accusa di preparare un attentato allo zar. Quanto pesò questa tragedia nell’indurre il giovane Vladimir, che fino allora non si era occupato di politica, a diventare un rivoluzionario?

È difficile dirlo con certezza, perché Lenin parlava pochissimo della propria vita privata. Però è impensabile che l’impiccagione del fratello non lo abbia segnato.

Da quel momento iniziò per lui un percorso di formazione politica molto intenso. Lesse i testi che erano stati importanti per il fratello, a cominciare da Che fare? di Nikolaj Černyševskij, e cominciò a costruire una sintesi personale tra marxismo e tradizione rivoluzionaria russa.

Detto questo, eviterei le letture troppo romanzate. Non credo, per esempio, che l’uccisione della famiglia dello zar nel 1918 possa essere spiegata come una vendetta personale. Lenin personalizzava pochissimo la politica.

Gli affetti, però, esistevano. Poco prima del primo ictus conservava una scatolina con tutte le lettere della madre, che chiamava «le lettere di mia mamma». Era una persona capace di sentimenti profondi, ma li teneva nascosti.

Lo si vede anche da un episodio significativo: quando Stalin rimproverò duramente Nadežda Krupskaja, sua moglie, Lenin reagì con una durezza rarissima.

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E lì si consumò anche uno scontro politico?

Sì. La reazione di Lenin contro Stalin fu molto forte, forse unica nella sua vita. Ma non era solo una questione personale. In quel momento Lenin era già molto preoccupato per la direzione che il regime stava prendendo.

Negli ultimi mesi di vita politica vedeva crescere il peso dell’apparato, della burocrazia, dei metodi autoritari. E Stalin, da questo punto di vista, gli appariva sempre più pericoloso.

Lenin si professa marxista. Ma quanto pesa, in lui, la tradizione rivoluzionaria russa?

Pesa moltissimo. Lenin non nasce in un vuoto. Si forma dentro una tradizione russa fatta di clandestinità, disciplina, piccoli gruppi di rivoluzionari, lotta contro l’autocrazia.

Da Marx prende l’idea della lotta di classe e della rivoluzione socialista. Ma dalla tradizione russa prende gli strumenti: l’organizzazione, la selezione dei militanti, il partito come corpo compatto.

Lenin rifiuta una parte importante del vecchio populismo russo: l’idea che la Russia potesse saltare il capitalismo e arrivare direttamente al socialismo attraverso il mondo contadino. Per lui era un’illusione romantica. Però eredita da quel mondo l’idea che la rivoluzione non si improvvisa. Va preparata. Va organizzata. Va guidata.

Qui sta uno dei nuclei del leninismo: la rivoluzione non arriva da sola. Bisogna costruire il soggetto capace di farla.

È qui che nasce l’idea del rivoluzionario di professione?

Esatto. Nel Che fare?, pubblicato nel 1902, Lenin immagina un partito formato da militanti selezionati, disciplinati, capaci di vivere per la rivoluzione.

Può sembrare un’idea in tensione con gli ideali egualitari del socialismo, e in parte lo è. Ma va vista nel contesto della Russia zarista: repressione durissima, partiti deboli, clandestinità, arresti continui. In quelle condizioni Lenin pensa che serva un’organizzazione forte, non un movimento spontaneo e fragile.

Questo però non significa che abbia sempre la stessa idea di partito. Lenin cambia spesso strategia. Nel 1905, quando scoppia la prima Rivoluzione russa, vuole aprire il partito verso l’esterno, farlo entrare nelle organizzazioni popolari, trasformarlo il più possibile in una forza di massa.

Quando la rivoluzione arretra, invece, torna centrale la necessità di salvare il nucleo clandestino. Lenin adatta continuamente l’organizzazione alla situazione. È uno dei suoi grandi talenti politici.

Dopo il 1917, però, il problema cambia: non si tratta più di fare la rivoluzione, ma di governare. Ed è il passaggio più difficile. Lenin era straordinario nel costruire un partito rivoluzionario, nel leggere le crisi, nel cogliere il momento decisivo. Ma governare uno Stato era un’altra cosa.

Dopo la rivoluzione, i bolscevichi si trovano davanti a problemi enormi: la guerra civile, la fame, il collasso amministrativo, l’isolamento internazionale. In teoria volevano spezzare la vecchia macchina dello Stato. In pratica dovettero costruirne un’altra, molto forte e sempre più centralizzata. Qui nasce una delle grandi tragedie del bolscevismo: il movimento nato per liberare la società finisce per creare un apparato che controlla tutto.

La Russia era destinata a un potere dispotico? Guardando anche alla situazione di oggi, la domanda torna spesso.

No, non credo affatto che la Russia sia destinata per natura al dispotismo. È una lettura troppo semplice.

La storia russa contiene molte alternative: il liberalismo d’inizio Novecento, il pensiero federalista, i socialisti rivoluzionari, i menscevichi, una grande tradizione intellettuale e letteraria che non può essere ridotta solo all’impero e all’autoritarismo.

Anche negli anni della perestrojka le cose avrebbero potuto prendere un’altra direzione. Il mondo esterno, invece di aiutare una Russia in ginocchio, spesso la guardò con atteggiamento predatorio. Vladimir Putin è anche figlio degli anni Novanta: dell’umiliazione, del trauma sociale, del collasso di quel decennio.

Oggi purtroppo l’opposizione democratica russa è fragile e divisa. Aleksej Naval’nyj era l’unica figura con una statura davvero nazionale, ma la sua vicenda è finita tragicamente.

Lenin fonda la Terza Internazionale, ma la rivoluzione in Europa non si afferma. A quel punto guarda alle lotte per l’indipendenza dei popoli colonizzati. È una svolta?

Sì, ed è una delle sue intuizioni più importanti. Con Lenin il socialismo smette di essere un movimento quasi esclusivamente europeo e diventa davvero mondiale.

Se in Europa la rivoluzione non scoppia, bisogna guardare altrove: all’Asia, all’Africa, ai popoli colonizzati. Dove non esiste ancora una classe operaia forte, Lenin pensa che i movimenti di liberazione nazionale possano diventare alleati della rivoluzione.

È una trasformazione enorme. Il marxismo non parla più soltanto agli operai delle fabbriche europee, ma anche ai popoli sottomessi dagli imperi coloniali.

Poi Stalin applicherà questa idea in modo più schematico: chiunque si opponga all’Occidente può diventare un alleato. In Lenin, però, l’intuizione è più ampia: la liberazione non può riguardare solo una parte dell’umanità. O diventa mondiale, oppure resta incompiuta.

Lei parla dell’ultimo Lenin come di un uomo preoccupato dalla burocrazia. Che cosa stava accadendo?

Lenin vedeva crescere un apparato sempre più pesante. Capiva che lo Stato sovietico rischiava di diventare qualcosa di molto diverso da ciò che i rivoluzionari avevano immaginato.

In parte attribuiva il problema all’eredità dello zarismo: vecchie abitudini amministrative, funzionari riciclati, metodi autoritari. Ma la questione era più profonda.

I bolscevichi volevano uno Stato destinato, almeno in teoria, a estinguersi. Invece costruirono uno Stato che doveva occuparsi di tutto: economia, esercito, amministrazione, società, cultura. E per farlo aveva bisogno di burocrazia, controllo, disciplina.

Il partito diventò così lo scheletro dello Stato. E chi sapeva muoversi meglio dentro quella macchina era Stalin.

Stalin, dunque, è il vero erede di Lenin?

Sì e no. Stalin nasce dentro il mondo politico creato da Lenin. È un uomo di partito, un organizzatore, uno di quei militanti duri e pratici che si fanno strada dopo il 1905.

All’inizio Lenin si fida di lui proprio per questo: non lo considera un grande teorico, ma un uomo efficiente, affidabile, capace di far funzionare l’apparato.

Poi però Stalin prende una parte del leninismo – l’organizzazione, la disciplina, il controllo – e la porta fino alle estreme conseguenze. Trasforma il partito rivoluzionario in una macchina di governo totale.

In questo senso c’è continuità. Ma c’è anche rottura, perché in Stalin si perde la tensione rivoluzionaria originaria e resta soprattutto il potere organizzato.

E Trockij?

Trockij rappresenta quasi l’altra anima del bolscevismo. È il grande rivoluzionario, il grande teorico, l’uomo della visione internazionale. Lenin gli affida compiti enormi, come la creazione dell’Armata Rossa, ma non si fida mai del tutto di lui: lo considera brillante, ma anche incline all’avventurismo.

Alla fine, però, Lenin cerca proprio in Trockij un possibile contrappeso a Stalin. Ma sbaglia i suoi calcoli. Trockij era un grande rivoluzionario, non un uomo d’apparato. E nello scontro per il potere questo fu decisivo.

Ho intitolato l’ultimo capitolo del mio libro “Stato contro rivoluzione”, parafrasando una delle opere più note di Lenin, Stato e rivoluzione. Dopo la morte del fondatore, le due anime del bolscevismo si separano. Da una parte Stalin: l’organizzazione, la disciplina, il partito trasformato in Stato. Dall’altra Trockij: la visione, l’utopia, la rivoluzione mondiale che non si realizza.

È lì che si consuma il passaggio decisivo: la rivoluzione, nata per cambiare il mondo, diventa potere.

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Antonio Carioti

È giornalista professionista. Dopo aver intrapreso la professione alla «Voce Repubblicana», ha lavorato per oltre vent’anni al «Corriere della Sera». Tra le sue pubblicazioni: Di Vittorio (il Mulino, 2004), Gli orfani di Salò (Mursia, 2008) e I ragazzi della Fiamma (Mursia, 2011). Per l’editrice Solferino ha pubblicato il libro intervista con Marco Tarchi Le tre età della Fiamma (2024) e alcuni volumi sul fascismo: Alba nera (2020), La guerra di Mussolini (con Paolo Rastelli, 2021), Come Mussolini divenne il Duce (2023), 40 giorni nella vita di Mussolini (2025). Il suo ultimo libro è L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista liberale (Laterza, 2026).

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